venerdì 20 settembre, 2013

Amanda Knox prima del processo d’Appello: l’intervista shock in tv


A dieci giorni dal nuovo processo d’Appello, previsto per il prossimo 30 settembre a Firenze, Amanda Knox ha rilasciato la sua prima intervista ad una tv italiana e l’ha fatto a “Quarto Grado”. La versione integrale dell’intervista – anticipata negli stralci salienti di seguito – andrà in onda oggi, venerdì 20 settembre, in prima serata, su Retequattro. «Se fossi condannata, sarebbe un’esistenza […]


A dieci giorni dal nuovo processo d’Appello, previsto per il prossimo 30 settembre a Firenze, Amanda Knox ha rilasciato la sua prima intervista ad una tv italiana e l’ha fatto a “Quarto Grado”. La versione integrale dell’intervista – anticipata negli stralci salienti di seguito – andrà in onda oggi, venerdì 20 settembre, in prima serata, su Retequattro.

«Se fossi condannata, sarebbe un’esistenza terribile e scappare non sarebbe vita» – afferma Amanda Knox – «e non voglio che qualcuno punti il dito indicandomi come un’assassina. Ma non temo la condanna: so che è possibile un verdetto giusto. Mi aspetto l’assoluzione».

«Mi ha condannata il giornalismo da tabloid, che ha focalizzato l’attenzione delle persone su cose irrilevanti e non vere. Tra le accuse più offensive che ho ricevuto, ricordo ‘gatta morta’, ‘luciferina’, ‘demone’, ‘strega’. Mi hanno accusata di avere uno spirito maledetto e di essere posseduta, di manipolare le persone, di essere fissata con il sesso e la violenza».

«Questo sistema contro di me – prosegue – è nato per giustificare il lavoro della giuria. Altrimenti, come si spiegherebbe che una ragazza normale uccida brutalmente un’amica?». «Tornata a casa speravo di essere più felice di come sono. Negli ultimi mesi di carcere immaginavo che ansia, tristezza e rabbia si sarebbero sciolti, che sarei tornata a una vita felice, che non sarei stata sempre triste…».

«In questi quattro anni di persecuzione, ora sei, ho conosciuto solo questa realtà. Ogni cosa che vivo è il riflesso di ciò che ho imparato in Italia», afferma Amanda Knox. «In Italia ho imparato cose brutte: ad avere paura ed a non fidarmi delle persone».

Raffaele Sollecito
«Raffaele ed io abbiamo vissuto un incubo insieme. Mi fido tantissimo di lui: è gentile, intelligente, vero. Una brava persona, su cui posso contare. Gli sono grata e sono fiera di lui, perché ha fatto la cosa giusta». «La nostra relazione», spiega la giovane, «non è amore: siamo soldati che hanno attraversato una guerra. Siamo uniti e possiamo fidarci l’uno dell’altra. Ma sono molto triste per lui: è sempre solo».

Meredith Kercher
«Penso sempre a Meredith: vorrei andare sulla sua tomba con la sua famiglia, ma non voglio invadere un posto intimo come quello, se loro non mi accolgono. Voglio che i Kercher capiscano che sono innocente».

Il carcere
«Il ricordo peggiore del carcere non è un episodio violento: avevo la possibilità di telefonare alla famiglia per 10 minuti, una volta sola a settimana. Un giorno ho chiamato l’agente per telefonare, ma nessuno mi ha risposto. Ho pianto e urlato per mezz’ora, sbattendo la testa contro le sbarre e chiedendo di fare la mia telefonata, senza avere risposte. Mi sentivo come un cane e nessuno capiva perché ero così esausta, stanca e triste, perché piangevo e urlavo».

«Sempre in carcere per diverse volte, un agente mi ha seguita in bagno e mi ha presa tra le braccia, ma sono riuscita a scappare», rivela la Knox. «Ogni sera, poi, venivo chiamata dal dirigente carcerario, che chiedeva di parlarmi in un ufficio, solo lui ed io. Gli argomenti erano il sesso e il mio fisico: mi domandava che tipo di biancheria intima indossassi, che posizioni preferissi, se avrei potuto fare sesso con uno come lui. Non sapevo cosa fare. Non l’ho denunciato perché pensavo: “Chi crederebbe ad una persona accusata di omicidio e calunnia”?».

Don Saulo
«In carcere ho pregato nel modo in cui Don Saulo mi ha insegnato: “Dio se ci sei, per favore, aiutami”». «Don Saulo mi ha aiutata e mi manca: ogni volta che penso di non avere la forza o il coraggio vorrei poter parlare con lui, anche se non sono religiosa. Lui è una persona vera, che sa che esiste la sofferenza nella vita e ha capito come affrontarla».

«Ho trascorso tutto il giorno del verdetto d’Appello nell’ufficio del cappellano, a suonare assieme a lui. In quell’occasione mi ha regalato una catenina dicendomi “Questa è una colomba, che rappresenta lo Spirito Santo, la mia Chiesa. Per te è la libertà: la libertà che hai dentro, qualunque sia il verdetto” », racconta la giovane mostrandola al collo.


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