lunedì 22 agosto, 2011

L’Alba del Pianeta delle scimmie: intervista a Andy Serkis, il protagonista


“L’alba del pianeta delle scimmie”, nelle sale dal 23 settembre è un film realizzato da Rupert Wyatt in collaborazione con Weta Digital. Nel film, il personaggio Cesare, interpretato da Andy Serkis, è uno scimpanzé alla cui madre è stato iniettato un nuovo farmaco studiato per combattere gli effetti del morbo di Alzheimer. Come effetto collaterale […]



“L’alba del pianeta delle scimmie”
, nelle sale dal 23 settembre è un film realizzato da Rupert Wyatt in collaborazione con Weta Digital.
Nel film, il personaggio Cesare, interpretato da Andy Serkis, è uno scimpanzé alla cui madre è stato iniettato un nuovo farmaco studiato per combattere gli effetti del morbo di Alzheimer. Come effetto collaterale della procedura, Cesare è nato con un maggiore livello di intelligenza e viene cresciuto, in segreto, dallo scienziato Will Rodman (James Franco). Ma quando diventa troppo difficile per Will prendersene cura, Cesare viene rinchiuso in un laboratorio, in cui lo scimpanzé impara a proprie spese la malvagità umana.

In questo nuovo preludio alla classica serie sci-fi del “Pianeta delle scimmie”, il regista Rupert Wyatt si concentra sull’origine del dominio delle scimmie sull’umanità e, in particolare, sullo scimpanzé che avrebbe guidato la rivoluzione.

Ecco alcune domande fatte al protagonista:

Prima di Cesare, hai già interpretato una scimmia in King Kong, ma Kong era una bestia molto diversa. Come si fa a entrare dentro la mente di uno scimpanzé?
E’ sufficiente l’approccio recitativo, si tratta semplicemente di un personaggio. Cesare e King Kong non potrebbero essere più lontani in questo senso. Kong era una specie di vecchio vagabondo psicotico che, ogni giorno, lottava per sopravvivere e non aveva mai avuto alcun tipo di rapporto con qualsiasi altro essere vivente fino all’incontro con Ann Darrow. A quel punto la sua vita si trasforma e ricomincia a percepire le cose.
Con Cesare, la sfida è interpretare non solo uno scimpanzé, ma uno scimpanzé che è stato anche sottoposto a questo farmaco che ha alterato la sua intelligenza, rendendolo iper-intelligente. Nelle prime fasi – perché io lo interpreto in ogni fase, da neonato a leader rivoluzionario – si è trattato di rendere umano questo scimpanzé. E’come un bambino dotato. Lui ha un’età mentale di 15 anni in un corpo di infante di 4 anni.

Hai basato il personaggio sulla ricerca fatta su scimmie reali?
Mi sono basato su un vero scimpanzé chiamato Oliver che, negli anni ’70, era conosciuto come un “humanzee.” Egli è stato oggetto di molti esperimenti, perché lo si credeva essere la progenie di un essere umano e uno scimpanzé. E’ una scimmia straordinaria perché bipede. Era totalmente legato agli esseri umani ai quali si unì, tanto che non è mai stato in compagnia di altre scimmie.
Così ho interpretato questo mostro di Frankenstein che pensa di vivere felicemente con il personaggio di James Franco, Will, e suo padre, interpretato da John Lithgow, in questa strano nucleo familiare fino a quando non raggiunge l’età della consapevolezza. Si verifica un evento per il quale non possono tenerlo più a casa e viene inserito in un’area protetta. E’ quasi come se fosse improvvisamente circondato da tutte queste strane creature che gli somigliano, ma si comportano in modo completamente diverso. Non c’è nessun legame culturale tra di loro perché è stato allevato come un essere umano.
E’ stato un personaggio molto, molto interessante. E questo è ciò che la performance capture fa al meglio, cioè darti una pelle che pensi di conoscere, ma in realtà non stavo solo facendo i movimenti della scimmia, nei movimenti stavo anche interpretando questo confuso, conflittuale carattere all’interno di quel corpo. E’ la tensione, in realtà, tra la manifestazione sullo schermo e la tensione dentro di sé che spero lo renderà un personaggio interessante e ricco di sfumature.

La performance capture viene compresa meglio dagli attori in questi ultimi anni? Non è forse vero che nel “Signore degli anelli” alcuni attori erano piuttosto confusi da quello che succedeva sul set?
Assolutamente sì, e penso che stia diventando sempre più chiaro. C’è davvero un prima e un dopo “Avatar”, perché davvero quel film ha portato persone come James Cameron e Jon Landau a dire: “Guardate, queste sono le performance degli attori. Sono al servizio della storia narrata come farebbe un vero attore”. Non si tratta quindi di personaggi creati con l’animazione – non potresti raggiungere un tale livello di emozioni in questo campo con una sequenza chiave di animazione.
La recitazione è quello che succede tra due attori, non quello che una persona emana. Non puoi fingere questo. Credo che ci sia ancora un po’ una mancanza di comprensione da parte della comunità di attori. Ma io non vedo alcuna differenza e non l’ho mai vista. Posso interpretare Ian Dury o Cesare e non credo ci sia qualcosa di particolare o diverso su quest’ultimo – è un personaggio come un altro.
James Franco, gli va dato merito, ci ha messo circa mezz’ora per entrare nel personaggio, ma una volta che guardi negli occhi un attore che è entrato nel personaggio, il resto è irrilevante. E lui ci è entrato del tutto, ha creduto all’intero scenario e ci ha semplicemente lavorato. Mi è piaciuto lavorare con lui, è stato fantastico.

James Franco Sembra avere una prospettiva sul mondo davvero unica.
E’ così infatti. Penso che sia un vero outsider, James. E’ molto intelligente. Ora è a Yale per un master in inglese o qualcosa del genere. Lui è un uomo davvero brillante oltre che profondo. E poi è versatile: è insieme un artista, un poeta e un attore. Penso che sia addirittura sottovalutato, considerato quanto è dotato, interessante ed eclettico.


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