Ermal Meta non è salito da solo sul palco del Festival di Sanremo. Almeno non simbolicamente. Nella prima serata dell’evento, il cantautore ha attirato l’attenzione presentandosi con abiti che riportavano nomi di bambine palestinesi scritti a mano e cuciti sul vestito. Ogni sera, un nome diverso.
Durante l’esibizione, Ermal Meta ha spiegato il significato del gesto. Secondo lui, la protagonista di Stella Stellina è una bambina senza nome, ma che può rappresentarle tutte.
“La protagonista di Stella Stellina è una bambina senza nome, ma forse ha tutti i nomi. Aysha, Amal, Layla, Nour, Hind, che importa, forse nessuno, forse tutti. Figlie di nessuno, figlie di tutti.”
Nell’ultima serata, l’artista è salito sul palco con il nome Amal ricamato sul colletto della camicia. Il gesto rafforza il valore simbolico della performance e amplia la portata del messaggio presentato al festival.
Scegliendo il Festival di Sanremo come spazio per questa manifestazione artistica, Ermal Meta ha trasformato la sua esibizione in un momento di riflessione.
La canzone Stella Stellina racconta il dolore e la fragilità dell’infanzia nel mezzo del conflitto, portando al centro del palco una realtà segnata dalla guerra.
La presenza dei nomi sugli abiti ha funzionato come un richiamo visivo alla dimensione umana del conflitto, mettendo in evidenza storie individuali in un contesto di violenza.
Dopo la performance di Ermal Meta, anche il conduttore Carlo Conti ha commentato la situazione. Con tono serio ha dichiarato:
“E che i fiori siano solo per celebrare e non sulle tombe di bambini che non hanno nulla a che fare con le follie degli uomini.”
Le sue parole hanno rafforzato il clima di riflessione che ha avvolto il Teatro Ariston, ampliando il dibattito attorno al messaggio trasmesso dalla canzone.
La partecipazione di Ermal Meta al Festival di Sanremo va oltre la competizione musicale. Con Stella Stellina, l’artista unisce musica e posizione simbolica, utilizzando il palco più tradizionale della musica italiana per richiamare l’attenzione sulla situazione a Gaza.
Il gesto di scrivere i nomi delle bambine palestinesi sugli abiti trasforma la performance in un atto carico di significato, rafforzando il potere dell’arte come strumento di consapevolezza e dibattito.